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Filiera bufalina, la sfida è trasformare la qualità in valore

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Dal World Buffalo Congress un confronto sul futuro del settore

La qualità del prodotto non è sufficiente a creare un’economia di qualità. Serve una filiera organizzata, capace di fare sistema e di distribuire correttamente il valore generato.

Tre giorni di incontri, presentazioni e dibattiti per mettere a confronto allevatori, imprese, università, ricercatori e rappresentanti delle istituzioni. Il World Buffalo Congress, ospitato a Sorrento, ha offerto una fotografia significativa del mondo bufalino internazionale e, soprattutto, delle sfide che attendono una filiera nella quale l’Italia riveste un ruolo di primo piano.

Il messaggio emerso dai lavori è chiaro: la qualità delle produzioni, pur rappresentando un patrimonio fondamentale, non è da sola sufficiente a garantire competitività e crescita. Occorre rafforzare l’organizzazione delle filiere, investire in ricerca e innovazione, migliorare la sostenibilità dei processi produttivi e, soprattutto, riuscire a trasferire al mercato il valore effettivo dei prodotti.

Un tema particolarmente rilevante per la filiera della Mozzarella di Bufala Campana DOP, che rappresenta una delle espressioni più importanti dell’agroalimentare italiano, ma che deve continuare a confrontarsi con le dimensioni aziendali, la concorrenza internazionale e la necessità di assicurare una corretta remunerazione a tutti gli attori della catena produttiva.

La qualità non basta senza un sistema organizzato

Uno degli spunti più interessanti emersi nell’ultima giornata del congresso è arrivato dall’esperienza di Mario Emilio Cichetti, del Consorzio del Prosciutto di San Daniele.

Il suo intervento ha richiamato l’importanza di costruire un distretto produttivo concentrato in un territorio circoscritto, nel quale imprese e organismi di filiera possano lavorare in maniera coordinata. Il caso di San Daniele dimostra come l’identità territoriale, accompagnata da una strategia condivisa, possa diventare un fattore competitivo.

Non soltanto promozione e riconoscibilità del prodotto, ma anche collaborazione nell’affrontare problemi comuni. Cichetti ha portato, in particolare, l’esperienza maturata nella gestione dell’impatto ambientale del sale utilizzato per la stagionatura del prosciutto, con iniziative coordinate per lo smaltimento e il recupero dei residui.

Un’esperienza che offre spunti anche alla filiera bufalina: la sostenibilità non può essere affrontata soltanto dalla singola azienda, ma richiede una visione di sistema.

pier-maria-saccani-bufala-campana-dop-2Nord e Sud, valorizzare le peculiarità prima dei confronti

Il tema delle dimensioni aziendali e del divario tra Nord e Sud è stato ripreso anche nel confronto con Marco Perocchi di Crédit Agricole.

La sua riflessione ha invitato a superare un approccio basato esclusivamente sul benchmarking, ovvero sul confronto con le dimensioni e le performance delle imprese settentrionali o dei principali sistemi produttivi internazionali.

Il divario dimensionale esiste, così come quello relativo ai volumi produttivi, ma non può diventare l’unico parametro per valutare le prospettive di sviluppo. Prima ancora che si determinino tutte le condizioni per una crescita dimensionale, occorre individuare ciò che le imprese possono fare oggi, partendo dalle proprie caratteristiche e dai propri punti di forza.

Per il Mezzogiorno e per la filiera bufalina campana questo significa valorizzare un patrimonio qualitativo riconosciuto a livello internazionale, trasformandolo in capacità competitiva e maggiore redditività.

Il prodotto deve essere venduto al giusto prezzo

Sul rapporto tra qualità e valore economico è intervenuto anche Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, sottolineando la necessità di costruire cultura intorno alle produzioni agroalimentari e di trasferirla ai consumatori attraverso il racconto delle filiere.

Un passaggio importante ha riguardato la redditività. Il settore agroalimentare, secondo Prandini, deve superare una sorta di ritrosia nel parlare apertamente del giusto ritorno economico per chi produce. La qualità ha un costo e il prodotto deve essere venduto a un prezzo che consenta di remunerare correttamente il lavoro e gli investimenti di tutta la filiera.

Non basta quindi produrre eccellenze: bisogna spiegare al consumatore cosa c’è dietro un prodotto, quali sono i processi produttivi, quali garanzie offre e quale valore rappresenta per il territorio. Una strategia che deve essere sviluppata anche sui mercati internazionali, affinché la percezione delle produzioni italiane sia sempre più legata all’eccellenza.

Innovazione e tradizione non sono antagoniste

Un altro tema significativo è stato quello del rapporto tra innovazione e tradizione. Pier Maria Saccani, direttore del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP, ha richiamato le riflessioni di Platone sulla diffidenza nei confronti della scrittura, ricordando come nella storia ogni grande innovazione abbia incontrato resistenze.

Dalla stampa alla rivoluzione industriale, fino alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, il progresso ha sempre alimentato timori e contrapposizioni. Ma, soprattutto nel settore agroalimentare, innovare non significa rinunciare alla tradizione. Significa piuttosto utilizzare la ricerca e le nuove tecnologie per migliorare la qualità, la sicurezza e l’efficienza dei processi produttivi, salvaguardando l’identità dei prodotti.

Una prospettiva che riguarda anche la ricerca bufalina, sempre più orientata alla genomica, al miglioramento genetico, alla salute animale e all’impiego di strumenti digitali per la gestione degli allevamenti.

La sostenibilità come condizione di competitività

Il congresso ha dedicato ampio spazio anche alla sostenibilità ambientale. Un tema particolarmente delicato per il comparto zootecnico, da tempo sottoposto a osservazioni per il consumo di risorse e le emissioni climalteranti.

Il documentario World Without Cows, presentato a Sorrento, ha offerto una prospettiva interessante sul rapporto tra allevamento, gestione dei pascoli e rigenerazione dei suoli. La riflessione proposta invita a considerare il bestiame non soltanto come consumatore di risorse, ma anche come possibile componente di sistemi agricoli capaci, se correttamente gestiti, di favorire la fertilità dei terreni e la conservazione dell’acqua.

La sostenibilità, del resto, è ormai una componente della competitività. Migliorare l’efficienza alimentare, ridurre gli sprechi, valorizzare i sottoprodotti e investire in tecnologie per il benessere animale significa intervenire contemporaneamente sui costi aziendali e sulla qualità delle produzioni.

La sfida della filiera bufalina

Il World Buffalo Congress ha restituito l’immagine di un comparto nel quale la ricerca scientifica e il mondo produttivo sono sempre più interconnessi. L’Italia, che ha presentato il maggior numero di contributi scientifici al congresso, conferma la propria centralità internazionale non soltanto nella trasformazione del latte e nella produzione della Mozzarella di Bufala Campana DOP, ma anche nella ricerca e nell’innovazione.

La sfida, tuttavia, è trasformare questo patrimonio di conoscenze e competenze in una maggiore capacità di sviluppo economico.

Organizzazione territoriale, collaborazione tra imprese, sostenibilità, innovazione e comunicazione del valore sono le direttrici sulle quali costruire il futuro della filiera.

La qualità della Mozzarella di Bufala Campana DOP è un punto di partenza straordinario. Ma perché continui a rappresentare un vantaggio competitivo occorre che il suo valore venga riconosciuto lungo tutta la catena produttiva, dall’allevamento alla trasformazione, fino alla distribuzione e al consumatore finale.

È probabilmente questa la lezione più importante emersa dal confronto di Sorrento: non basta difendere un’eccellenza, bisogna costruire intorno ad essa un sistema capace di sostenerla, valorizzarla e renderla competitiva nel mondo.

Paolo Carotenuto
03 novembre 2026

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