Campania.Wine, il vino campano prova a fare sistema. Ora deve conquistare il mercato
Dai Consorzi alla Regione, dall’agricoltura al turismo e alle attività produttive: la terza edizione di Campania.Wine mostra una strategia finalmente più coordinata. Ma fuori dagli eventi resta una domanda: quanto sono realmente conosciuti e presenti i vini campani?
La Campania del vino ha cominciato a capire che la qualità, da sola, non basta. E forse è proprio questo il messaggio più interessante arrivato dalla terza edizione di Campania.Wine, andata in scena a Napoli il 6 e 7 settembre con oltre cento aziende, i Consorzi di tutela, operatori, buyer, giornalisti e appassionati.
Non è soltanto la quantità dei produttori presenti a colpire. È soprattutto il tentativo, sempre più evidente, di costruire attorno al vino una strategia regionale capace di mettere insieme agricoltura, turismo e sistema produttivo. Un approccio che vede protagonisti, ciascuno per le proprie competenze, gli assessorati guidati da Maria Carmela Serluca per l’Agricoltura, Vincenzo Maraio per il Turismo e Fulvio Bonavitacola per le Attività Produttive.
Un’impostazione che la Regione aveva già sperimentato al Vinitaly, dove la presenza campana era stata costruita attorno a un’identità visiva e progettuale comune e alla collaborazione tra Agricoltura, Attività Produttive, sistema camerale e Consorzi.
A Campania.Wine questo concetto si è ulteriormente consolidato: non più soltanto singole cantine che promuovono il proprio prodotto, ma un territorio che prova a raccontarsi come sistema.
Ed è probabilmente questa la strada giusta.
Dal vino al territorio
Perché il vino campano non è semplicemente una bottiglia. È il risultato di una straordinaria varietà di territori: Vesuvio, Campi Flegrei, Irpinia, Sannio, Caserta, Cilento, Costiera. Una biodiversità vitivinicola che rappresenta, al tempo stesso, una grande opportunità e una difficoltà comunicativa.
Il consumatore nazionale e internazionale può conoscere il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo, il Taurasi o la Falanghina, ma la Campania possiede una quantità di denominazioni e produzioni territoriali che faticano ancora a entrare nell’immaginario collettivo del grande pubblico.
Il caso del Falerno del Massico è emblematico. Parliamo di una denominazione legata a un territorio ristretto della provincia di Caserta e a una storia che affonda nell’antichità. Eppure, fuori dall’area di produzione, quanti consumatori lo riconoscono immediatamente?
È una domanda che vale per il Falerno, ma anche per numerosi altri vini campani.
Ed è qui che la politica di sistema può diventare determinante.
La sfida non è soltanto produrre bene
La Campania ha fatto enormi passi avanti sul piano qualitativo. Ma il problema, oggi, non è più soltanto come produrre un buon vino. È come farlo conoscere, distribuirlo, posizionarlo, raccontarlo e renderlo facilmente acquistabile.
Perché una denominazione può essere straordinaria, ma se il consumatore non la trova sugli scaffali della grande distribuzione, nelle enoteche, nei wine shop online o nella carta dei vini di un ristorante, quella qualità rischia di rimanere confinata a una platea di appassionati e conoscitori.
È una contraddizione particolarmente evidente in Campania: una regione che accoglie milioni di visitatori e che possiede una delle più importanti tradizioni gastronomiche italiane non sempre riesce a mettere il proprio vino al centro dell’esperienza gastronomica e turistica.
Anche la ristorazione rappresenta un banco di prova. Non basta che i vini campani siano presenti nelle manifestazioni specializzate: dovrebbero essere riconoscibili e valorizzati anche nei migliori ristoranti, a partire da quelli della stessa Campania.
È significativo, in questo senso, che la Regione abbia introdotto anche iniziative per valorizzare le migliori carte dei vini campani nella ristorazione italiana.
Il tema è dunque evidente: il vino campano deve uscire dai luoghi in cui viene raccontato e arrivare nei luoghi in cui viene consumato.
Enoturismo: l’altra grande partita
Ed è qui che il lavoro dell’assessorato al Turismo può diventare decisivo.
La Regione ha messo in campo strumenti specifici per l’enoturismo e sta lavorando sull’integrazione tra enogastronomia, cultura, territorio, esperienze e promozione turistica.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare la cantina da semplice luogo di produzione in porta d’ingresso al territorio.
Una degustazione può diventare un itinerario. Una visita in cantina può collegarsi a un sito archeologico, a un borgo, a un ristorante, a un prodotto tipico, a un albergo diffuso. Una bottiglia può diventare il ricordo materiale di un’esperienza.
In altre parole: non vendere soltanto vino, ma vendere il territorio attraverso il vino.
Prima dei turisti, la comunità
Ed è proprio sul significato più profondo dell’enoturismo che, durante l’incontro dedicato al tema e ospitato a Palazzo Zapata, è arrivata una riflessione particolarmente significativa da Virginia Di Gaetano, giornalista di Lonely Planet e autrice della prima guida pubblicata dalla casa editrice dedicata alla Campania.
Una frase che merita di essere ripresa perché va ben oltre il tema specifico del vino:
«Prima ancora di creare turismo occorre costruire una comunità. Perché ogni azione deve essere indirizzata innanzitutto alle persone che vivono i territori e dopo ai turisti».
È un principio che ribalta, almeno in parte, la tradizionale impostazione delle politiche turistiche. Non si può pensare di costruire un territorio attrattivo soltanto in funzione di chi arriva da fuori, se quel territorio non è prima di tutto un luogo nel quale chi ci vive riconosce opportunità, identità, qualità della vita e possibilità di partecipare al suo sviluppo.
E il vino, in questo senso, può rappresentare uno straordinario strumento di costruzione della comunità. Perché mette in relazione agricoltori, produttori, ristoratori, operatori turistici, artigiani, istituzioni e cittadini. Può creare percorsi, occasioni di incontro, occupazione e nuove forme di conoscenza del territorio.
È una prospettiva che coincide con una delle idee alla base della missione di Connecting Italy: connettere persone, imprese, istituzioni e territori non soltanto per attrarre visitatori, ma per costruire prima di tutto una comunità consapevole del proprio patrimonio e capace di trasformarlo in sviluppo.
In questa chiave, l’enoturismo non dovrebbe essere considerato semplicemente un nuovo prodotto turistico da vendere, ma uno strumento attraverso il quale una comunità riscopre, valorizza e racconta se stessa. E solo dopo, naturalmente, apre questa esperienza a chi arriva da fuori.
Ma fare rete significa anche affrontare le debolezze
Il rischio, altrimenti, è che il concetto di “fare sistema” rimanga confinato agli eventi istituzionali.
La vera prova arriverà nei prossimi mesi.
Fare rete significa mettere insieme le competenze della Regione, dei Consorzi, delle Camere di Commercio, delle aziende e degli operatori turistici, ma anche affrontare alcune questioni molto concrete: distribuzione, promozione, internazionalizzazione, comunicazione digitale, formazione, presenza nella ristorazione e nella grande distribuzione.
E soprattutto significa individuare quali denominazioni e quali territori abbiano bisogno di una maggiore spinta promozionale.
Perché non tutte le denominazioni partono dalla stessa posizione.
Alcune hanno già raggiunto una forte riconoscibilità internazionale; altre, pur avendo storia e qualità, restano sostanzialmente conosciute nell’area di produzione.
Il Falerno del Massico è ancora una volta un esempio significativo: una denominazione con un’identità fortissima, un territorio preciso e una storia straordinaria, ma che deve trasformare questa eredità in un brand contemporaneo e riconoscibile.
Il prossimo passo: dal racconto alla presenza sul mercato
La terza edizione di Campania.Wine ha dunque un merito importante: mostra che la Campania sta cercando di superare la logica delle iniziative separate.
Serluca sul fronte agricolo, Maraio su quello turistico e Bonavitacola sul sistema produttivo possono rappresentare tre tasselli di una stessa politica.
Ma il vero risultato di questo lavoro non si misurerà soltanto nel numero di cantine presenti al prossimo Vinitaly o al prossimo Campania.Wine.
Si misurerà quando un turista straniero entrerà in un ristorante napoletano e troverà una carta capace di raccontargli tutta la Campania del vino.
Quando un consumatore di Milano, Torino o Bologna troverà un Falerno del Massico, un Asprinio, un vino dei Campi Flegrei o del Cilento sullo scaffale di un supermercato qualificato.
Quando una bottiglia campana diventerà una scelta naturale per un sommelier e non soltanto una scoperta casuale.
E soprattutto quando il consumatore, sentendo parlare di Campania, non penserà soltanto alla pizza, alla mozzarella o al limoncello, ma assocerà spontaneamente questa terra anche a una delle più ricche e originali culture vitivinicole italiane.
Campania.Wine può essere un buon punto di partenza.
Adesso viene la parte più difficile: trasformare il fare rete in una vera politica di filiera e trasformare la qualità del vino campano in valore economico, notorietà e mercato.
Perché, in fondo, è proprio questa la sfida: costruire prima una comunità che sappia riconoscere e valorizzare ciò che possiede, poi un sistema capace di farlo conoscere e, infine, un mercato disposto a riconoscerne il valore.
Paolo Carotenuto
13 settembre 2026
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