Un colosso dai piedi di argilla

cantiere-europaLa riflessione di Giuseppe Condello, storico, consulente e ricercatore in scienza dell’amministrazione dello Stato, sull’Europa attuale, 60 anni dopo i Trattati di Roma.

Sessanta anni fa si compiva il passaggio pattizio di Italia, Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi alla Comunità Economica Europea e oggi ci chiediamo quale sia il senso dell’Europa, quale deve essere la sua finalità. Se dopo tanti anni ancora ci si pone il perché della casa comune europea vuol dire che le classi dirigenti che hanno lavorato al percorso di unione economica, com-merciale e monetaria dell’Europa non hanno fatto un buon lavoro, o semplicemente bisogna convenire che l’Europa come possibile entità politica comune nasce con qualche deficit.
Gli spunti ce li offre la storia, sulla quale non appare opportuno soffermarsi troppo, ma alcune cose vanno precisate. In primis va detto che la Comunità Economica Europea, così come la Comunità Europea per il Carbone e l’Acciaio, conosciuta con l’acronimo di CECA, o l’Euratom, una sorta di agenzia europea atomica, nasce sulla base di due approcci. Uno, era l’approccio del classico strumento dei trattati, che ancora oggi tiene in piedi l’edificio istituzionale europeo, l’altro, invece, era quello di tipo funzionalista, che ancora oggi è quello seguito. Tutti e due gli approcci presentano naturalmente delle distorsioni e negano quello che invece in principio era la speranza di quanti anelavano in maniera più romantica che non lucidamente alla Europa Federale.
Nel secondo dopoguerra le intenzioni cooperative si fanno strada tra un nucleo di Stati, ma diffi-cilmente l’Europa Federale poteva trovare attuazione, per il semplice fatto che la formula politico-identitaria prevalente e anche storicamente e culturalmente più radicata era la nazione. Non si intende minimante discettare tra nazione in quanto entità culturale di popolo e impregnata di una coscienza etica e nazione in quanto entità politico-istituzionale, ma un punto va fermato: non poteva essere percorribile una Europa Federale nel secondo dopoguerra proprio perché la nazione come entità storico-culturale e di radicamento sociale ed etico era troppo forte, pure di fronte ai dilaniamenti che erano stati provocati dalle due guerre mondiali. In sostanza va precisato che parlare di una Europa dei Popoli ha senso solo ove si realizza che ciò implica la costruzione di una identità mediante un confronto culturale: rivendicare una storia comune dell’Europa ad esempio doveva essere già un punto fermo negli anni cinquanta e lo deve essere ancora oggi un punto di partenza.
In conseguenza accade odiernamente che Europea – che è il frutto più evoluto di trattati molto complessi – diventa in realtà un insieme di istituzioni nel cui seno si discute di percentuali del pro-dotto interno lordo, di debito pubblico, di un posto in più o in meno in una commissione, di quote di immigrati da ripartire, di una Grecia che deve essere punita per i suoi strafalcioni di bilancio. Se noi guardiamo oggi all’Unione Europea la possiamo intravedere come un insieme di istituzioni lontane dai cittadini, che non sa comunicare coi Popoli degli Stati Membri, né sembra essere in grado di porsi con un’anima politica, semplicemente perché è troppo condizionata dall’approccio funzionalista (la concentrazione delle élites degli appararti sulle funzioni tecniche di governo e di burocrazia) e dal continuo procedimento di natura egoistica tra i vari governi nazionali in seno al Consiglio Europeo. In altre parole, non emerge una connotazione culturale che legittimi sul piano etico e dei valori l’affermazione di legittimità dell’Unione Europea.
Se esiste un deficit di autorevolezza politica dell’Unione Europea ciò sta semplicemente nel fatto che non si è riflettuto sull’Europa in quanto entità pluri-culturale con una storia comune e con valori che però sono stati una conquista continua delle democrazie europee. L’Europa dei Popoli ha senso solo in quanto si ragiona sue due aspetti: 1) le differenze dei vari Popoli o delle varie na-zioni membri del contesto europeo; 2) gli aspetti di storia comune, come valori e processi che hanno costruito i rapporti tra Stati. In questo senso si inserisce allora la riflessione su ciò che sto-ricamente ha costruito le relazioni internazionali nel contesto europeo, e non solo le relazioni tra governi dei vari Paesi, ma anche le relazioni tra le varie comunità nazionali e tra pezzi di queste comunità; penso, ad esempio, alle relazioni nell’ambito della comunità scientifica oppure quelle afferenti al mondo artistico. Del resto, l’esigenza di un Mercato Comune si può semplicemente ra-gionare solo ove storicamente si tenga conto delle evoluzioni degli scambi che si sono avuti tra le diverse realtà europee.
Ciò che si vuole constatare è che non si possono creare delle interdipendenze di carattere istitu-zionale ed economico-finanziario se non si tiene conto delle interdipendenze sociali, economiche, culturali, etiche e di altri processi che ne costituiscono il fondamento, il sostrato di legittimità.
Si deve considerare infatti che le interdipendenze che maturano tra comunità nazionali o in quanto nazioni tout court sono interdipendenze di carattere primario che attengono ai Popoli e ad una sfera politica su cui i decisori di governo hanno a volte una influenza o determinazione parzia-li; mentre le interdipendenze di secondo livello, ossia di livello politico-istituzionale-economico-finanziarie codificate in un sistema di trattati sono di carattere secondario e legittimate dalle pri-me. Le prime partono molte volte dal basso e aprono ai fattori culturali e sono il prodotto di fattori culturali interni a vasti gruppi sociali, le seconde invece, come dimostrano gli andamenti della politica internazionale degli ultimi anni (ad esempio trattati UE, trattati su liberalizzazioni del commercio mondiale fino al più recente trattato di liberalizzazione, conosciuto con l’acronimo TTIP, ossia Transatlantic Trade and Investiment Partnership, del commercio tra UE e Stati Uniti, poi non andato in porto), le decisioni maturano in stanze chiuse del potere con la presenza influente e interessata delle multinazionali e senza una reale informazione ai Popoli, che permetta agli stessi di intervenire a monte del processo decisionale.
Se le interdipendenze sono calate dall’alto si creano inevitabilmente delle resistenze reazionarie xenofobe, o semplicemente nazionaliste con ventate populiste di chiusura e, quindi, negando il processo storico evolutivo di aperture delle comunità umane.
Odiernamente si pone allora un problema, che è quello di ripartire da un approccio diverso. L’Europa può essere entità politica solo ove è posta come entità storico-pluriculturale, solo ove si considerino le interdipendenze di carattere primario e, soprattutto, solo ove si recupera il nesso di coerenza tra sostrato che costituisce la società, o in questo caso le società, e il livello politico di integrazione istituzionale e funzionale. L’avere posto l’accento solo sulle élite finanziarie e tecnocratiche ha creato dei costi notevoli – soprattutto per i Popoli del Sud-Europa – e ha de-terminato la creazione di un sistema complicato di regole che appare a tutt’oggi come un colosso dai piedi d’argilla.

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