Ricerca e sviluppo italiane nella Silicon Valley: il modello dell’Insourcing

insourcingArticolo di Giuseppe Santillo sul fenomeno dell’insourcing, che sta generando una costante crescita degli investimenti americani nel nostro paese alla ricerca di profili di eccellenza a basso costo.

San Francisco, durante la Gold Rush di metà ottocento porta di ingresso per le navi cariche di innumerevoli cercatori d’oro, nei primi decenni degli anni duemila sembra vivere nuovamente un’epoca di forsennata corsa verso fantasmagoriche ricchezze, questa volta prodotte dall’economia digitale.
Non più armati di pala e piccone, ma di lauree in ingegneria e discipline scientifiche, giovani provenienti da tutto il mondo perseguono carriere remunerative nell’ecosistema produttivo della baia di San Francisco. Essere impresa, in questa parte d’America chiamata Silicon Valley, equivale a conquistare fette consistenti del mercato globale opera possibile solo attirando i migliori talenti del Pianeta.
Si prevede che alla fine del 2019, l’economia americana festeggerà dieci anni di crescita ininterrotta del suo prodotto interno lordo, crescita in parte costituita dai proventi dei giganti californiani dell’elettronica high tech e di Internet, quali Apple, Google, Facebook ed Intel.

Eppure, il motore economico di questa regione della California Settentrionale, estesa meno di 130 km quadrati ma con un PIL pari a quasi due volte quello della Lombardia, comincia a mostrare segni di fatica.
Uno di questi è costituito dal cosiddetto Talent Crunch: termine anglosassone indicante il fenomeno di sbilanciamento tra la strabordante domanda di tecnici ed ingegneri da parte delle compagnie e il relativamente esiguo numero di lavoratori in cerca di occupazione. (fonte: gsb.stanford.edu)
Questa situazione, idilliaca per i professionisti del settore che non hanno difficoltà a trovare lavoro con un’alta retribuzione, mette in crescente difficoltà le imprese, le quali faticano a trovare manodopera specializzata. Ciò vale in modo particolare (ma non solo) per le compagnie più piccole o meno blasonate, che finiscono per soffrire oltremodo la concorrenza dei giganti prima citati anche nel mercato del lavoro, oltre che nel business.
In tale contesto, non deve sorprendere che la retribuzione media di un ingegnere di Cupertino, città sede di Apple, sia pari a circa il triplo di quanto guadagni un pari grado a Milano. Le proporzioni non cambiano di molto anche se in luogo dell’Italia si rende oggetto di paragone la Germania, che pure è polo attrattore di talenti tecnici a livello europeo.

Può l’industria americana dell’alta tecnologia continuare ad attirare talenti tecnici, allo stesso tempo sostenendo un costo del lavoro in continuo aumento?
Tra le aziende che hanno avvertito l’eccessiva concorrenza nel mercato del lavoro high tech, emerge la necessità di porre un freno alla perdita di competitività dovuta a un aumento dei salari apparentemente fuori controllo.
Una strada per perseguire questi obiettivi avrebbe potuto essere il ricorso all’Outsourcing delle funzioni R&D verso aziende operanti in paesi con un minor costo del lavoro. Tale tattica non è però preferita nell’industria high-tech: a differenza delle attività di tipo manifatturiero, quelle di Ricerca e Sviluppo sono percepite come generatrici di know-how da non disperdere all’esterno, in quanto elemento di vantaggio competitivo nei confronti di rivali commerciali ed aspiranti tali.

È in questo contesto che va invece affermandosi la pratica del cosiddetto Insourcing, ovvero la creazione di compagnie controllate al 100% dalla casa madre, dedicate interamente a sviluppo e progettazione, in nazioni con elevato numero di talenti tecnici di alta qualità ma caratterizzate da un più basso costo del lavoro. Il vantaggio di questo modello è il mantenimento della proprietà intellettuale in seno all’azienda, allo stesso tempo riducendo i costi fissi di sviluppo dei prodotti e
mantenendo le funzioni aziendali di tipo commerciale saldamente ancorate alla madrepatria.

Tra i paesi interessati dal fenomeno dell’Insourcing c’è anche l’Italia, la quale comincia ad attirare investimenti da oltre oceano grazie ai contatti delle sue numerose università di alto profilo con gli USA. Le quali università al contempo formano laureati tecnici con una preparazione che permette loro di competere a livello globale (e spesso di lasciare il nostro Paese per cogliere migliori opportunità lavorative).

Diversi sono gli esempi di aziende high-tech americane che hanno scelto di stabilire centri di ricerca e sviluppo nel Belpaese: una è Apple con il suo design center di Livorno dedicato alla progettazione di circuiti integrati, in aggiunta alla Developer Academy di Napoli. Quest’ultima balzata agli onori della cronaca e fondata in collaborazione con l’Università Federico II con l’obiettivo di formare futuri sviluppatori iOS.
Altre realtà sono costituite da Maxim Integrated, leader nell’industria dell’elettronica mixed-signal, ed E-Silicon, specializzata nella produzione di dispositivi per interconnessioni ad alta velocità.
Entrambi le compagnie hanno la propria sede principale in California, nella città di San Jose, e centri di sviluppo rispettivamente a Milano e Pavia.
Sempre nell’area milanese TDK-InvenSense, uno dei maggiori produttori di sensori in tecnologia MEMS a livello mondiale, ha stabilito da pochi anni il suo maggiore centro di progettazione europeo.
A poca distanza da quest’ultima sono presenti Cadence Design Systems e Synopsys, giganti dei software di progettazione elettronica, dai fatturati plurimiliardari.
Per effetto di questa presenza in continua crescita, va quindi affermandosi il contributo italico alla catena del valore californiana dell’industria high-tech.

In un mercato del lavoro depresso come quello italiano, caratterizzato da salari a livelli costanti dall’anno 2000 ad oggi (fonte: ilsole24ore.com), i giganti californiani hanno gioco facile nello
strappare manodopera altamente specializza all’industria nazionale, oltre che nell’assumere i giovani laureati più preparati.
Insomma, un vero e proprio bargain, come si direbbe nel paese a stelle e strisce.

© Giuseppe Santillo – 2019

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