La Notte degli Oscar con “1917” favorito (immeritato)

oscar-immagine-2di Nazareno Barone

Premessa.
In ciò che segue ho trascurato alcuni premi e film, per dare spazio alle categorie e alle opere che ritengo più rilevanti ai fini dell’articolo e anche per motivi di sintesi e scelta stilistica.

1917, il film straordinario di Sam Mendes che ha sbancato botteghini, accontentato in gran parte pubblico e critica, ma soprattutto che ci ha restituito una lezione di stile e tecnica importante e che rimarrà (almeno per un po’) nella Storia del Cinema, grazie anche alla strizzata d’occhio agli USA, è a mio avviso il favorito per la vittoria finale come Miglior Film e quasi sicuramente anche come Miglior Regia, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Sonoro, Miglior Colonna Sonora Originale, nella Notte degli Oscar che stasera si terrà a Los Angeles.

Ma questa monumentale pellicola storica, non può e non deve farci dimenticare in primis quella brillante opera totale che è Parasite, autore Bong Joon-ho, (già vincitore a Cannes) e raffinatissimo capolavoro che, all’avviso di chi scrive, è senza dubbio il miglior film del 2019, da ogni punto di vista. Innovativo, controverso, meta cinematografico a 360 gradi, l’ottavo gioiello del giovane  koreano (del sud)  è un film/puzzle geniale – nonché un omaggio velato ai grandi fratelli Coen – nel quale si intrecciano personaggi al limite dell’assurdo, che danzano all’interno di un’architettura visiva senza precedenti nel raccontare una Seul invasa dall’acqua, che fa da ponte narrativo per descrivere le differenze fra gli strati sociali di una città, di un mondo fatto di universi differenti, poi capovolti, in una giostra di emozioni a cui raramente abbiamo assistito sul grande schermo negli ultimi anni. Commedia, grottesco, thriller, horror, racconto di formazione esistenziale e di legame generazionale, film di denuncia sociale con risvolti psicologici resi in modo trasparente e simbolico come solo molti asiatici sanno fare. Film immenso, che si districa in maniera perfetta fra i generi tutti, e che dunque meriterebbe tutto ciò che c’è da vincere, dal premio più ambito, al montaggio (i tagli che Bong Joon-ho ci propone sono delle rasoiate funzionali alla suspance e aderenti al suo stile) dalla fotografia (splendida nel definire diversità di luoghi e contrapposizioni sociali) alla scenografia (come già accennato un miracolo di architettura visiva in quell’impianto che è una partita a scacchi, o un’arancia meccanica se preferite).

Ciononostante anche Parasite deve fare i conti con altre chicche (giusto per usare un termine che non rende giustizia) come Joker, regia di Todd Phillips, giovane autore proveniente sostanzialmente dalla commedia e che, come un fulmine a ciel sereno irrompe a livello globale (vincitore a Venezia) con un film straripante, eccessivo, capace di portare al limite un attore già di per sé ambiguo come Joacquin Phoenix, il quale si fonde con un joker mai visto prima: ingenuo, allucinato, poi consapevole ma allo stesso tempo inconsapevole (forse) del proprio delirio, all’interno di un quadro clinico di matrice freudiana che è la pellicola stessa, grazie ad una regia stratosferica che fa del suo punto forte l’aderenza fra le inquadrature (plongè, panoramiche accennate, dolly o crane sporchi e Figure intere wellessiane) e la patologia di Arthur Fleck aka joker/Phoenix! Insomma un film dalle conseguenze devastanti in sede di feed-back con pubblico e critica, addetti ai lavori, sociologi, psicologi e psichiatri: qualcosa che prende spunto non solo da Scorsese (anzitutto Taxi Driver, Re per una notte e Cape Fear) ma che studia anche (con sfacciataggine e allo stesso tempo rispetto) le innovazioni tematiche del genere, debitore di un certo Mr. Alfred Hitchcok, di riflesso quelle visive del figlio feticcio di quest’ultimo, Brian De Palma, e che lega una marea sconfinata di film i quali attraversano tutta la Storia e che, per motivi di spazio, non posso proprio citare.
Ma un’ultima cosa devo dirla: la Miglior Regia la merita tutta la vita Todd Phillips, per coraggio tecnico e capacità di fare del suo film (apparentemente e per i più soprattutto interessante in chiave di sceneggiatura, considerando anche il fumetto e i vari “Batman” e Company che lo precedono) che, citando qualcuno che parlava di “PSYCHO” (1960), un film di “pura regia”!

Passando a Tarantino e al suo C’era una volta…a Hollywood, meglio parlare poco, perché anche se il nostro istrione, ormai grande maestro Quentin ci diverte, divertendosi a giocare con il cinema, tutto ciò ha un prezzo: quello del manierismo, dell’autocelebrazione e dell’amore sconfinato per la Storia (del cinema e della cronaca dello stesso), ma che si chiude in sé stesso, non prende il volo, si accartoccia per poi fiorire, sempre e comunque, in un grande prefinale (tarantiniano, guarda caso) e sfociare in un finale accomodante. Grandissima interpretazione del solito Di Caprio che se la gioca (da sfavorito, come spesso accade clamorosamente) con Phoenix per il Joker sopracitato. Splendida prova di Brad Pitt, il quale rischia di vincere come Miglior Attore Non Protagonista, “strappandolo” ad un certo James Alfredo Pacino, se non ad uno strabiliante Joe Pesci per il film di cui parlerò nelle prossime righe. Probabile Sceneggiatura Originale a Tarantino.

E se il 2019 ci ha regalato una stagione cinematografica che definire ricca è un eufemismo, Martin Scorsese, dal canto suo, ha sfornato il suo colossale The Irish Man, testamento di un’ epoca ormai andata, di un cinema che vuole e pretende ritmi più lenti (e non scorsesiani) per riflettere su quel tempo che è il vero protagonista di questo lungo e – per nostra fortuna – interminabile film (e lo dico con accezione positiva, anche perché scivola via che è un’amore), crudo e realista, poetico e cruciale nella carriera di un regista che ha fatto tutto, anzi che ha realizzato quel Tutto che è il Cinema degli ultimi 50 anni. Favorito, insieme a 1917, per i Migliori Effetti Visivi, con un De Niro che si conferma, ancora una volta – e a distanza di decenni e decenni – attore feticcio di Scorsese, simbiotico e coetaneo, questo ultra settantenne non contenderà il Premio come Miglior Attore Protagonista ai due attori già citati per le altre pellicole in concorso. Con un cast da paura (basti citare le poche pose dedicate al solo Harvey Keytel), una sceneggiatura calibrata al millimetro e incentrata su un simbolismo secco e su un intreccio da grande firma, il tutto inoltre arricchito da un montaggio da decoupage classico e una regia che sceglie una linea di raccordi perfettamente definita, The Irish Man irrompe sulla scena e può benissimo fare bottino pieno, almeno per le categorie per cui concorre.

Piccole donne, Le mans ’66-La grande sfida, Jojo Rabbit, Storia di un matrimonio sono le altre opere candidate a Miglior Film. Fra questi, prevedo per Scarlett Johansson (Storia di un matrimonio) o Charlize Theron (Bombshell) il premio come Miglior Attrice Protagonista; e per la prima – la Johansson – anche qualche possibilità per il Premio dedicato alla Migliore Non Protagonista in Jojo Rabbit. Molte opportunità per il Premio al Miglior Montaggio le ha Le mans ’66, a cura di Michael McCusker e Andrew Buckland, il film di James Mangold.
Qualche speranza per la Miglior Sceneggiatura Non Originale la nutrono anche Piccole donne (regia di Greta Gerwig) e I due papi (girato da Fernando Meirelles), quest’ultimo con Jonathan Pryce candidato anche a Miglior Attore Protagonista ed Anthony Hopkins a Migliore Non Protagonista.
Dolor y Gloria di Pedro Almodovar potrebbe essere una sorpresa come Miglior Film Internazionale (scippandolo al capolavoro koreano di cui già ho ampiamente parlato) e – ma nutro fortissimi dubbi – anche per Antonio Banderas in quanto Miglior Protagonista; così come la vittoria di Adam Driver (per Marriage Story) avrebbe del clamoroso per lo stesso ambito Premio, data la spietata e grandiosa concorrenza.
Tom Hanks è candidato a Miglior Attore Non Protagonista per Un amico Straordinario (di Marielle Heller), ma non credo possa farcela.
Renée Zellweger in Judy (di Rupert Goold) concorre come Migliore Attrice Protagonista, insieme a Cynthia Erivo per Harriet (di Kasi Lemmons).
Non posso evitare di citare la grande e pluripremiata (in ogni festival) Kathy Bates per il film di Clint Eastwood Richard Jewell, che – anche solo per la sua sterminata carriera – meriterebbe un premio a parte.
Cena con delitto (di Rian Johnson) ha poche, anzi pochissime possibilità per la Miglior Sceneggiatura Originale, ma è plausibile che io venga, fra poche ore, smentito su quest’ultimo punto, come su tutto ciò che ho appena scritto.

Si tratta, mai come quest’anno, di una vera e propria roulette russa, ma di una roulette russa che si gioca in America!

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