La grande responsabilità dell’Italia verso l’Europa

la_grande_responsabilita_dell_italia_verso_l_europaArticolo di Matteo Scotto, ricercatore del Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni, pubblicato il 4 Aprile 2017 su Il Foglio.

Il governo italiano non perda l’occasione di promuovere una Conferenza di Roma, calibrata su quella di Messina del ’55, con l’obiettivo di un’Unione Politica europea

Finite le marce per l’Europa e chiuse le celebrazioni più nostalgiche di sempre, è tempo per l’Europa di tirare le somme. Almeno per evitare che la mancanza di visione camuffata da realpolitik ci seppellisca tutti. Ammettiamolo, le manifestazioni in piazza degli europeisti avranno pur contenuto una buona dose di retorica condita da sentimenti kitsch; tuttavia, se cinque anni fa ci avessero raccontato di cittadini europei, magari anche non molti, scendere in piazza per protestare non contro qualcosa, ma per qualcosa, e cioè per un sentimento comune d’unità, non ci avrebbe creduto nessuno. Invece è successo, e da qui bisogna ripartire.
Quando il futuro stenta a rivelarsi, la storia ci viene in soccorso, non già come rifugio come si legge nella Dichiarazione di Roma firmata il 25 marzo, ma prima di tutto come sentiero, tracce del quale possono portare verso nuove vette più alte e ambiziose. L’alpinista è in tal senso lo storico Sergio Pistone e un suo saggio, esemplare per lucidità di intenti e senso del presente, scritto per il cinquantesimo anniversario della Conferenza di Messina del ’55, che aprì la strada a quelli che oggi conosciamo come i Trattati di Roma. Con la morte di Stalin, a detta di qualcuno il vero padre fondatore dell’Unione Europea, l’allentamento della pressione americana sul vecchio continente e la crescita scomposta dell’interdipendenza economica tra gli Stati europei, quest’ultimi si trovarono — guarda un po’ che novità — in una profonda crisi di identità. La stessa che per paura e pour la patrie portò all’insuccesso della Comunità europea di difesa (Ced), che fallì per mano dello stesso parlamento del ministro che l’aveva promossa, il francese René Pleven.
Come ricorda Pistone, ogniqualvolta l’integrazione europea si è trovata di fronte ad una crisi, che in greco vuol dire “scelta”, “capacità di giudizio”, non sono stati gli automatismi di impronta Monnetiana fondati su settori specifici a buttare il cuore oltre l’ostacolo, ma il coraggio e la lungimiranza di alte cariche politiche di affrontare le sfide internazionali. Cosa che fece l’allora ministro degli esteri italiano Gaetano Martino da una parte e l’allora ministro degli esteri belga Paul-Henri Spaak dall’altra, stabilendo contenuti e metodi di una conferenza destinata a scrivere la storia. Partendo dai contenuti, che dopo il fallimento della Ced e della Comunità politica europea si limitavano alla sfera economica, il Comitato Spaak, che prese il nome di chi fu incaricato di presiedere il gruppo di lavoro, optò per un’integrazione orizzontale di stampo federalista, che dunque prevedeva una visione d’insieme di tutto l’ambito economico e non solo di alcuni compartimenti dell’economia come lo stesso Monnet avrebbe preferito. Questa decisione fu fondamentale per i decenni successivi dell’integrazione europea, che portarono infine alla creazione di un mercato unico e di un’unione monetaria. Il memorandum che conteneva tale intento, dunque l’istituzione di un mercato comune, fu approvato da Italia e Germania, due paesi che da qualche tempo poco si capiscono, ma l’amicizia dei quali ha scritto pagine fondamentali del progetto europeo.
Veniamo ora alla parte più interessante della Conferenza di Messina, che è quella del metodo di lavoro utilizzato per trovare una base giuridica sulla quale fare procedere l’integrazione.
Alla luce delle frizioni tra gli Stati, che mai sarebbero stati in grado di trovare un accordo unanime, venne scelta anziché la classica procedura intergovernativa sostenuta da un voto all’unanimità, una via alternativa e democratica di costituente, formata da un gruppo di esperti, dunque con i governi solo indirettamente coinvolti, e guidata da una figura politica, Paul-Henri Spaak, che era stato presidente dell’Assemblea ad hoc per la creazione della Comunità politica europea e Presidente del Movimento Europeo dal ’50 al ’54.
Il metodo decisionale del Comitato, ispirato alla Convenzione di Filadelfia che diede vita alla Costituzione degli Stati Uniti d’America nel 1787, si ergeva su un principio di maggioranza e trasparenza, con proposte adottate dagli Stati rappresentati anche quando l’unanimità dei consensi non veniva raggiunta — it’s democracy, stupid. Per ciò che riguarda la trasparenza, in anni in cui l’open government era fantasia da guerre stellari, le proposte venivano sottoposte anzitutto all’opinione pubblica e poi ai governi, dunque liberi solo in un secondo momento di annacquarle, con il rischio di perder la poltrona alle prossime elezioni. Ce lo
chiedono i cittadini, altro che l’Europa.
Il Governo italiano è oggi chiamato a una grande responsabilità, che è anche una grande occasione, vale a dire quella di promuovere una Conferenza a Roma a fine 2017 calibrata su quella di Messina del ’55, con il fine di istituire un’Unione Politica europea: con competenza chiare e limitate, ciò nonostante legittima, democratica e più responsabile di quella di oggi. Le carte in tavola ci sono tutte: la Brexit, Trump, le crisi internazionali, la voglia dei cittadini europei, specie di quelli più giovani, di un’Europa unita, libera, sicura e indipendente. L’Italia può farlo, muovendosi per natura in modo defilato tra le due regine, Germania e Francia, presto potenzialmente allineate sul fronte europeo e che tuttavia necessitano del soft power italiano per riaccendere la scintilla dell’integrazione.

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