Kobe Bryant, il Giocatore Globale

kobebryantDi Nazareno Barone

Difficile trovare parole per descrivere la perdita improvvisa e prematura di un campione assoluto come Kobe Bryant, asso dell’NBA e dei Los Angeles Lakers lungo i venti anni che vanno dal 1997 al 2017. Ha vinto tutto sia a livello personale che di squadra, ha cambiato la Storia del basket – come un’ icona visiva che irrompe su ogni schermo globale – con le ‘mostruose’ schiacciate in faccia ad avversari fisicamente molto più prestanti, rimanendo sempre con i piedi per terra, in campo e fuori, conoscendo a fondo i sacrifici che sottendono a quella potenza devastante che è figlia di dedizione, forza di volontà e soprattutto di un background proveniente dall’Italia e dal padre (altro immenso player militante in NBA e nel nostro paese fra gli anni ’70 e i ’90).

Appena una settimana fa, Kobe, tifosissimo del Milan, aveva scherzosamente dichiarato che se gli avessero tagliato le braccia, da quello sinistro sarebbe fuoriuscito sangue rossonero, mentre dal destro sangue gialloviola, i colori che lo hanno contraddistinto come capitano e leader (ruolo incarnato anche una volta ritirato) dei Lakers fino alla morte. Un’affermazione del genere ci fa comprendere quanto il nostro campione (campione di tutti perché assoluto) non solo fosse legato al Paese Italia e alla sua cultura, ai suoi usi e costumi, ma ci dice che Bryant era un uomo a tutto tondo, consapevole della sua forza fisica, mentale e mediatica.

E’ chiara e sincera la gratitudine nei confronti di chi lo ha formato: l’istruttore di minibasket come Gioacchino Fusacchia, che nel 1984 vide sbarcare nella sua Rieti questo piccolo “anatroccolo” – nascosto alle spalle del padre Joe “Jellybean” (ormai chiusa la carriera in NBA) -, il quale non faceva altro che giocare, palleggiare e tirare a canestro, acquisendo in poco tempo quei fondamentali, quella coordinazione e in particolare quell’equilibrio psicofisico che gli permisero poi di crescere e diventare ciò che è stato e ciò che è nell’immaginario di tutti, il MAMBA NERO! Da Rieti a Reggio Calabria, da Pistoia a Reggio Emilia, seguendo le orme del padre Joe, quel padre a cui doveva tanto, quel modello da seguire per poi emanciparsi, tornare negli States e iscriversi all’high school giocando con la Lower Merion di Philadelphia, folgorando in pochi anni allenatori e selezionatori, finendo per dichiararsi eleggibile per il Draft NBA, saltando (a gambe levate) il college e sbarcando agli Charlotte Hornets, che immediatamente lo “rifilarono” ai Lakers in uno scambio con Vlade Divac: errore di calcolo che negli anni si dimostrò colossale. Colossale non come le prestazioni con la prima squadra di Los Angeles, ma nei mesi e negli anni che seguirono si fece perdonare con gli interessi e attraverso l’umiltà e la capacità di giocare per sé stesso e poi per gli altri, trasformandosi in quel mostro sacro che è e che è diventato.

Il ruolo di guardia tiratrice e di ala lo ha assunto anche nella vita, prima e dopo il ritiro, come padre di quattro splendide figlie dai nomi italiani (Gianna Maria è volata via con lui nel disastroso incidente in elicottero di qualche giorno fa) e come fautore, come formatore di talenti, in primo luogo nei confronti della figlia appena citata che con il crossover e arresto e tiro era formidabile (potenzialmente) quanto il nostro Kobe. Inoltre ciò che Bryant ha fatto e stava per fare per l’Academy era qualcosa di unico: l’apertura di una palestra del centro sportivo di sua proprietà, attorno alla quale far confluire tutta una serie di attività concernenti il mondo dello sport, dell’aggregazione giovanile, tramite un universo fatto di addetti alla comunicazione, allenatori, istruttori, motivatori e tanto altro.

Un universo a cui Kobe Bryant era destinato, per restarci, rimanere in quell’olimpo – nel quale gravita anche un Oscar vinto nel 2018 nella categoria Miglior Cortometraggio Animato per “Dear Basketball”, da lui scritto – che ce lo ricorderà sempre come quell’enorme e splendido serpente nero che sguscia, palleggia e in terzo tempo schiaccia, senza pensarci due volte, in faccia alla vita. Senza pensarci due volte, dicevamo, ma soltanto una volta, una volta e per sempre!

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